Vademecum per la visione di Il grande Gatsby

Trattandosi di un film che senz’altro molti di voi andranno a vedere mi permetto con una certa umiltà di dare un consiglio: nella non troppo remota eventualità che vi venga richiesta un’opinione sul film (o che decidiate di esprimerla di vostra iniziativa), evitate di aprire il discorso con «Non ho letto il libro ma…»«Rispetto al libro è…»«Ho amato il libro e…»«Ah guarda, il libro è meglio del…» e così via dicendo.

I paragoni tra film e libri, oltre a essere intellettualmente scorretti e criticamente sbagliati, sono una delle più grandi banalità che si possano dire quando si giudica un film. Non cadete dunque nel patetico errore di recensire il libro quando vi è richiesto di recensire il film. Sono due cose diverse e lo si impara fin dalle scuole elementari, di solito.

Grazie.

"Gentile Signora Mamma, mi permetta di dirle che la sua clamorosa bellezza sarà causa di un inguaribile complesso di Edipo nel suo bambino. Alla luce di ciò, e per prevenire un probabile omicidio ai danni di suo marito, le propongo una fuga d’amore con destinazione Cuba o un qualsiasi altro paese dove non esiste l’estradizione."

— Estratto da “Le improbabili fantasie di un aspirante maratoneta milanese”

I vizi degli altri

A proposito delle recenti polemiche sul fumo e sulle sigarette elettroniche, ho notato una certa tendenza da parte di alcuni a pontificare sui vizi. Quelli altrui ovviamente.
Io credo che ognuno abbia i propri vizi e, salvo certi casi disperati, le proprie virtù. Chiedere a una persona di rinunciare a un vizio equivale a chiederle di rinunciare a una virtù: come vedete, non ha alcun senso.
La verità è che i vizi sono parte integrante della natura umana, ben lungi dall’essere perfetta, sebbene diverse religioni tentino disperatamente di convincerci del contrario. Perciò, che si tratti di sigarette, spinelli, birra, caffè, cioccolato o youporn, finché un vizio non danneggia il prossimo è cosa lecita e inattaccabile.

Tutto il resto è fuffa della peggior specie.

Per il ciclo “I grandi momenti della storia”, il trionfo di Ryan Atwood sulle forze del male qui incarnate dal folle Oliver.

Che momento memorabile per il futuro architetto di interni per barche più famoso del mondo.

La guerra dei gabinetti

«È una verità universalmente riconosciuta che ciascuna buona famiglia abbia in casa un buon bagno. Ma è una verità altrettanto universale come ogni buon bagno nasconda un povero gabinetto sfruttato e maltrattato da ciascun componente della famiglia, e quando possibile, anche da sgraditi e maleducati ospiti. Che tale condizione desti la nostra indignazione è un fatto ovvio e dovuto: ma altrettanto ovvio è vedere come ogni nostra protesta venga puntualmente ignorata dai nostri umani fruitori. E allora io vi chiedo, cos’è un uomo senza un gabinetto? Egli è un miserabile selvaggio, un soggetto ridotto a defecare in natura e Dio solo sa quanti malanni e quali pericoli si nascondano tra le erbe e le vegetazioni. Eppure se è così vitale e importante il nostro ruolo ai fini dell’umana specie, perché noi gabinetti siamo dunque così bistrattati? Fatti fummo forse per viver come bruti? O semmai per divenire oggetto della comune ironia, usati per le più vili attività umane, dalla defecazione al vomito e da qualcuno persino la masturbazione, e in cambio avendo una leggera pulita alla settimana, tra mille deprecazioni e bestemmie delle casalinghe. È così poco allora che siamo considerati? Pare proprio di sì. E non vi dico poi dei bagni pubblici dove i gabinetti godono di un destino forse ancora più tragico: quello di essere esposti alla comune depravazione, al più completo schifo cui l’organismo umano possa e riesca ad arrivare, insomma a una umiliazione che neppure il criminale più miserabile meriterebbe di subire. Vi starete chiedendo, miei fidati compagni, dove porti questa mia indignata reazione e constatazione verso ciò che noi tutti sappiamo essere la triste realtà di ogni giorno. Ebbene porta alla rivolta! Alla giusta rivoluzione! Perché sappiamo bene dalla Storia come coloro che sono costretti a ingurgitare le feci altrui siano poi i primi a impugnare le armi e a restituire il favore; sappiamo bene quante pene noi tutti abbiamo dovuto subire e prima di noi i nostri genitori e antenati! Ed è forse giusto che le future generazioni debbano così essere trattate? Sommerse dallo squallore, dall’impudicizia, dalle vergogne altrui e da chissà cos’altro? Per concludere infine la propria esistenza in qualche discarica all’aperto a fare triste esibizione di sé! E che differenza può mai fare aver trascorso la propria esistenza in una elegante villa veneziana o esser stati la latrina di un bagno pubblico romano? Se la triste sorte è uguale per tutti è giusto che tutti si facciano carico delle proprie responsabilità. Fare la guerra, farla con violenza e decisione, ottenere un rispetto invocato e sinora rimasto del tutto inascoltato. Questo è ciò che va fatto e che ognuno di noi deve fare nel suo piccolo. E se qualcuno non è forse d’accordo che si esprima adesso ed esponga le proprie ragioni a difesa dell’uomo! Nessuno, dunque? Bene, vedo che il silenzio è segno di approvazione. E andiamo allora, fratelli miei, in questa disperata lotta per la nostra dignità e prendiamo a calci quei nauseabondi sederi umani che finora abbiamo dovuto sopportare! Che sia infine questo il momento decisivo!»
Improvvisamente mentre il loro leader pronunciava queste ultime parole, un commando di soldati entrò nella sede dell’organizzazione. Armati di martelli e spranghe massacrarono in poche manciate di minuti tutti i gabinetti presenti. Soltanto al leader venne fatta salva la vita nonostante fosse stato anch’esso ferito. Tra i soldati spuntò poi una figura conosciuta che lentamente si fece avanti tra la confusione generale. Il leader lo riconobbe subito. Era il capo dei vespasiani.
«Un vespasiano dunque. Sapevo che su di te e i tuoi simili non si sarebbe potuto mai fare affidamento. Ah, vile! In cambio di quale immonda promessa ti sei venduto?»
«Solo un stolto può mettersi a capo di un esercito di rivoluzionari e pensare di avere una vecchiaia davanti a sé. Una guerra del genere ci avrebbe portati al massacro tutti quanti. È stato meglio farla finita da subito.»
«Belle parole, seppure intrise del dolce veleno dell’ipocrisia. Ma non mi hai ancora risposto.»
«Due turni di pulizia ogni singolo giorno dell’anno. Di più non si poteva sperare.»
«Chi parte già senza speranze come può insegnare cosa essa sia agli altri?»
«Tu parli senza avere più niente da perdere. Addio per sempre.»
Una martellata mise fine alla vita del leader. L’organizzazione era stata stroncata definitivamente dopo mesi di indagini e ricerche. Che sarebbe stato del domani nessuno avrebbe saputo dirlo; ma un alone che sapeva di ritorno alla normalità si era sparso già nell’aria suggerendo le sorti del futuro prossimo. Tra le macerie dell’edificio una targa malconcia spiccava ben leggibile. Recitava così: «Che cosa sono i gabinetti per l’uomo? Tutto. Quanto hanno contato i gabinetti sinora? Niente. Che cosa vorrebbero essere i gabinetti? Qualcosa».

Se ricordate questo memorabile cartone animato vuol dire che alcol, fumo e vecchiaia non vi hanno ancora rovinato il cervello. Ah, dimenticavo: la visione è riservata a chi è nato o è cresciuto nei favolosi anni Ottanta.

"Quando il melodramma si occupa di disoccupati lo chiamano neorealismo."

— Pedro Almodóvar

Un comune esemplare di disoccupato intento a festeggiare il 1 maggio.

Un comune esemplare di disoccupato intento a festeggiare il 1 maggio.

"Semplicemente, è solo che tu non sei abituato a piacere al tuo prossimo. E quindi, per questo, non è necessario preoccuparsi tanto dello sguardo degli altri.
Però, non mi odiano tutti?
- O forse ti sei convinto autonomamente di questo?
Però, io mi odio.
- Le persone che odiano se stesse non sono in grado di amare, né di credere nel loro prossimo.
Io sono un vigliacco, un codardo, un vile, un debole!
- Conoscendo se stessi si può essere gentili, non è così?
Io mi odio… però… però forse potrei riuscire a piacere. Forse potrei riuscire a esistere. Ma certo, io non sono altro che io. Io sono io, voglio essere io, io voglio stare qui. Per me è possibile esistere!"

— Neon Genesis Evangelion

Il dilemma del porcospino

Le persone sono come porcospini, tendono ad allontanarsi e ad avvicinarsi tra loro nel vano tentativo di non ferirsi con i rispettivi aculei. Fin qui, niente di troppo originale: questa concezione dei rapporti interpersonali non nasce certo oggi.

Ma solo oggi mi sono messo a pensare a quale razza di porcospino appartengo. Ebbene, credo di essere uno di quelli che all’inizio gira al largo, sta lontano, piazza numerosi paletti; poi, quando ha maturato abbastanza fiducia e affetto, si getta addosso all’altro porcospino, ferendolo in profondità, ripetutamente, e senza volerlo. Con il risultato di essere allontanato in malo modo e di non capirne il perché. Non proprio un porcospino intelligente, si direbbe.

Troppi anni Novanta tutti in una volta.

Post scriptum etnico

La prossima volta che vai a mangiare all’eritreo, da bere ordina un estintore.

Il 25 aprile

A Lisbona c’è un ponte, simile al Golden Gate, chiamato Ponte 25 de Abril, che rappresenta l’omaggio dei portoghesi alla loro Liberazione, meglio nota come Rivoluzione dei garofani, avvenuta nel 1974.
In Italia non ricordo monumenti altrettanto altisonanti in memoria della nostra Liberazione, quella del 25 aprile 1945. Eppure i punti in comune, al di là della data, sono tanti: in Italia, come in Portogallo, venne rovesciato un regime di stampo fascista, nato con la forza, cresciuto con la repressione e caduto tra la gioia della popolazione. Se da noi non esiste un tale monumento è forse perché il nostro Paese ha sempre avuto serie difficoltà a rapportarsi con la Resistenza e con l’antifascismo.
Una serie di difficoltà che io non giustifico in alcun modo perché chi cerca di dar credito al fascismo fa finta di non ricordare o, più semplicemente, neanche sa cosa fu il fascismo: nato come movimento reazionario, si distinse subito per l’uso sistematico della violenza - pestaggi e atti vandalici di vario genere, spesso perpetuati ai danni delle Case del Popolo -, si impose con la forza attraverso un atto tanto volgare quanto risoluto quale la famosa marcia su Roma del 1922, e continuò a campare tra atti intimidatori, vigliacche uccisioni (Matteotti prima, Gobetti poi, giusto per citare due nomi illustri) e repressioni legalizzate (le Leggi fascistissime).
Negli anni Trenta il fascismo si fece conoscere all’estero: in Etiopia per esempio, attraverso l’uso delle armi chimiche e i massacri indiscriminati ai danni della popolazione civile; inoltre legò con la Germania nazista di Hitler, il quale d’altronde si era ispirato proprio a Mussolini per mettere in piedi la sua dittatura totalitaria. La Seconda guerra mondiale prese il regime alla sprovvista, complici le spese pazze sostenute per invadere quel povero pezzo di terra in Africa. Eppure il fascismo non mancò di compiere un’altra bassezza, attaccando una Francia ormai piegata dalla Germania e riportando comunque modestissimi risultati. Non meglio andò in Grecia, per non parlare del fronte nordafricano.
Infine, l’8 settembre 1943 il regime capitolò su se stesso e Mussolini trovò riparo nella patetica Repubblica di Salò. Da questa data sino al 25 aprile 1945, un consistente numero di italiani si distinse nella Resistenza, si distinse per i valori in cui credeva - libertà, uguaglianza, tolleranza, fratellanza - e nel modo coraggioso e tenace in cui combatteva il nemico nazista.
L’Italia antifascista vinse la guerra a caro prezzo, gettò le basi per la rinascita democratica del Paese e conquistò la libertà di cui oggi godiamo indisturbati. Tuttavia, se nel 2013 siamo ancora qui a discutere se fu cosa buona e giusta o meno allora c’è qualcosa che non va. E soprattutto si capisce perché, in Italia, un ponte per il 25 aprile non ce lo abbiamo e neanche ce lo meritiamo. Se non sappiamo neppure distinguere il bene dal male, faremmo meglio a chiedere scusa ai nostri padri e ad accontentarci della nostra misera condizione di popolo ingrato e immaturo.

A ogni modo, a chi ancora ci crede e a chi ha buona memoria, auguro un felice 25 aprile.

Il suffragio di Rodotà

La questione Rodotà esplosa nei giorni scorsi ha portato a galla tutta una serie di riflessioni legate all’enorme successo che il nome di questo grande personaggio ha suscitato presso una larga parte degli italiani. Ho letto alcune di queste analisi e le ho trovate a volte condivisibili, altre volte molto meno. Quello che non condivido è il tono con cui la stessa massa è stata spesso etichettata: pericolosa, ignorante, stupida e in sostanza sbagliata. In base a questa considerazione, il nome di Rodotà sarebbe uno sfogo “di pancia” della massa e poco altro.
Questo tipo di riflessioni di norma conduce sempre allo stesso punto d’arrivo: suffragio universale uguale errore madornale. Ebbene, in questo ragionamento io vedo il trionfo più totale del berlusconismo, la vera vittoria di un uomo che per vent’anni è stato votato da metà nazione, facendo credere all’altra metà che i primi fossero tutti fessi o delinquenti. La questione non è così semplice e l’abolizione del suffragio universale non comporterebbe certo dei miglioramenti. Il motivo è semplice: non esiste un metodo efficace per stabilire una ipotetica “patente di voto”. Molti dicono che basterebbe fare un esame d’ammissione di cultura generale e di questioni legate al funzionamento della politica e dello Stato. Ma io dubito seriamente che questo metodo avrebbe efficacia: persone come i miei genitori, oneste e antiberlusconiane sino al midollo ma del tutto a digiuno di scienze politiche e affini, perderebbero il diritto di voto, mentre gente come Alessandro Sallusti, Paolo Guzzanti, Giuliano Ferrara e company, lo conserverebbe a pieni voti. L’unico vero esame che si potrebbe fare sarebbe un test di onestà e buon senso: magari quando lo inventeranno ne riparleremo. Fino ad allora il suffragio universale, per quanto imperfetto e a volte irritante, resterà il metodo migliore per vivere in una democrazia.
Trovo inoltre profondamente sbagliato definire il suffragio universale un’utopia del secolo scorso basata sull’idea di far prevalere la quantità sulla qualità del voto: è semplicemente il più ovvio riconoscimento del concetto di uguaglianza tra tutti gli uomini e di parità di diritti (e doveri) tra di essi. Il problema in Italia, e nel suo elettorato, non è il suffragio universale bensì l’ignoranza in cui versa una buona metà della popolazione. Ignoranza che nasce tra i banchi di una scuola allo sfascio, prosegue nelle decadenti università e si consolida in una televisione pubblica che non forma i cittadini ma li rimbecillisce e in una politica fatta, in larga misura, di disonesti menefreghisti cronici. Se la massa fosse solo in grado di sbagliare allora non avremmo avuto la Resistenza, non avremmo avuto le barricate antifasciste, non avremmo avuto i cortei contro la Mafia né la condanna a Tangentopoli. Se la massa fosse solo in grado di sbagliare avremmo governi abominevoli anche in Germania, Francia, Svezia, Svizzera, Canada, Australia: oppure si deve concludere che gli italiani sono una razza inferiore e più stupida delle altre? La massa non è certo colta, questo è vero, ma rimane sensibile a certi sentimenti quali l’onestà, la trasparenza e la lealtà, cose per le quali non serve studiare ma basta essere delle brave persone. E per fortuna, ancora oggi, le brave persone sono la maggioranza su questo pianeta.
Tornando all’inizio del discorso: Stefano Rodotà non è stato acclamato per “moda” ma perché la gente ha visto in lui una figura autorevole e lontana dagli scandali della politica, quale poi effettivamente è. Certo, il suo nome è stato proposto da una evidente minoranza, ma che c’entra questo? Sarebbe come colpevolizzare gli italiani del fatto che non sappiano indicare da soli il giusto commissario tecnico per guidare la nazionale di calcio (e il calcio è una roba ben più semplice della politica). Io credo che si debba abbandonare l’idea di un’Italia composta da una massa di coglioni disonesti e da pochi saggi immacolati sparsi qua e là, tutti colti e laureamuniti. Se così fosse, ne sono certo, non avremmo avuto uno come Berlusconi al governo ma molto, molto di peggio.

Se nella storia del rock la rullata che apre Like a Rolling Stone di Bob Dylan gode di una meritata e illustre fama, nella storia dei cartoni animati c’è un attacco altrettanto celebre e inconfondibile: quello che apre la sigla di Ken il guerriero. Il brano, scritto e interpretato da Claudio Maioli dietro lo pseudonimo di Spectra, si avvale di un testo del tutto aderente alle atmosfere dell’anime originale, e musicalmente suggerisce quel tono di fatalità e decadenza che lo rende uno dei più disillusi e amari prodotti dell’animazione tradizionale giapponese.